di CARTA, di TELA, di MUSICA
Vito Sutto
Quando penso alla lunga amicizia, cinquant’anni nel 2017, che mi lega a Giovanni Toniatti Giacometti, pur osservando che in certi momenti ci siamo visti di meno e in certi di più, mi viene in mente la linea di continuità della vita, che trascorre in un orizzontale senza soste, trepidante, leggero, accentuato, un po’ come la linea del disegnatore che scorre la carta leggermente, si accentua, cresce e decresce, come un suono, come i suoni che Giovanni produce con il suo pianoforte, compagno della sua vita come la tela, a lui sussurra le sue amarezze e le sue felici ore, a lui le sue ansie e i suoi bisogni. Perché uno spirito sensibile alla musica sussurra allo strumento, si raccorda con esso, si disperde, ritorna, lo abbraccia e forse anche gli parla. Ma fa parte di quel silenzioso mondo che ognuno di noi ha dentro. Non si può scoprire né rivelare e forse sono andato già oltre…
Il suo pianoforte è il luogo dell’anima di Giovanni dal quale vorrei partire, ma forse ogni suono è un segno. Non importa che egli sia un musicista o no.
A mio avviso c’è questa comunicazione, questa tensione musicale che lo accompagna.
Siamo in questo contesto per parlare della sua pittura. Ecco, essa è fatta di note lievi e forti, leggere e accentuate, un colore che è suono, un trasferirsi in altra dimensione per misurare se stessi e provare che cosa esiste dal mondo diverso da sé.
Fin dai primi accenni, cavalli… tanti cavalli… mi sembrava di cogliere il loro suono, il loro passo, il loro respiro, i loro versi, i loro silenzi, la loro campagna.
Ogni riferimento ci rimanda a Marinella laddove Giovanni vive la dimensione del giovane che con i cavalli ha qualche cosa da comunicare.
Non possono sottrarsi alla sua matita e naturalmente ai colori che si inseguono nella campagna, alla velocità, al ritmo del segno, alla forza cercata. I cavalli di Giovanni Toniatti Giacometti, basta guardare i suoi disegni di trent’anni fa, uso questa voce verbale… sottrarsi… perché essi non possono sottrarsi.
Poi viene la natura naturalmente e vengono le stagioni con i colori accesi e sbiaditi, ogni stagione possiede un suo cromatismo interno e Giovanni va a cercare questi accordi, ancora una volta ritmi e suoni.
Ma la natura entra prepotente in tutti i suoi viaggi. Si esce da Venezia per andare a Milano e a Parigi, ogni città per l’autore ha il suo fascino diverso, il suo diverso profumo i suoi differenti ricordi.
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In questa dimensione la pittura di Giovanni diventa la pittura dei ricordi, degli appunti di viaggio come li ha definiti recentemente. E gli appunti come dice la parola stessa sono sintesi estrema, accenni, richiami, non sono prosa, sono poesia.
Un capitolo a parte deve essere aperto sulla poesia a proposito del quale va detto che questo autore dimostra ulteriormente la sua sensibilità e la sua ricerca personale di una verità, di molte verità, che si muovono ancora una volta dalla musica e dal colore per trasferirsi sul piano della parola. Così i suoi libri sperimentano il mondo delle parole, il filo rosso di un ragionamento che è sogno e realtà allo stesso tempo.
E il pensiero lo riporta ai viaggi e ai colori, ai segni e alle urgenze cromatiche, ai caldi abbacinanti rossi, ma anche alle serene composizioni degli azzurri e i verdi della campagna e dei mari, quelli che appaiono nei suoi quadri, rivivono nelle parole delle composizioni.
Il sentire, l’ascoltare e l’ascoltarsi abbisogna anche di un luogo. E il luogo è una storica cantina, un luogo del vino, che diventa Galleria, che diventa punto di incontro e di condivisione, che diventa apertura al mondo, un mondo sempre ricercato, nella campagna di Marinella come nei grandi e brevi viaggi, un luogo di ritorno, una specie di caricabatterie esistenziale per continuare a trovare se stesso e se è già accaduto, per ritrovarsi.
La Galleria possiede pianoforte e tavoli, poltrone e spazi espositivi. È un vero piccolo museo con opere di autori di molte culture e sensibilità.
Periodicamente diventa offerta per altri autori che sentono questa urgenza – come sente Giovanni – non di mostrarsi belli, intendiamoci, ma di comunicare.
Dunque lo stare insieme con lo strumento diventa lo stare insieme con il quadro e quindi con la gente in un tutt’uno colorato e segnico, parola e voce.
E il fiume esistenziale di Giovanni Toniatti Giacometti continua a scorrere e a raccontare per questa sua esigenza intima e personale che non gli concede troppe pause.
La Dinamicità Espressiva
(personale di Giovanni Toniatti Giacometti presso Studio Elle, Vicenza. 3 febbraio. Trascrizione della presentazione della prof. Maria Novella Perina, con lettura di pagine scelte dalla raccolta di poesie Blu Cobalto dello stesso autore)
Mari, fiumi fatti di acqua vera o di creature vegetali e animali, mari di neve, di intrecci di strade e case, o mari molto più’ piccoli, costituiti da giochi di petali, foglie, stami e steli di pochi fiori imprigionati in un vaso o anche di un unico solitario girasole sul ciglio di un fossato o di un ibisco hawaiano che spicca in un dirupo... Indifferentemente. Guardiamoci intorno: basta che, in tutto questo, la luce sia in condizione di fare da padrona assoluta, penetrando, rifrangendosi, riverberando, riflettendo, vibrando e facendo vibrare, accendendo o sfumando i singoli colori. È una luce potente che sa insinuarsi anche nelle ombre più fitte e sconfiggere la notte: “fari galeotti”, complici e clandestini, all’improvviso svelano e rivelano ciò che era invisibile e infrangono il buio di ogni “tenebroso approdo”; o lucciole “piccole stelle discese dal nero, cosmo infinito” diventano “chiari lumini” per fossati e filari e ponti e cortili, o in febbraio, mese “glaciale”, ecco che, magicamente, le case, con i loro “azzurri scintillii... e la luce del fuoco” e “bagliori gialli“ sulle nevi scoprono le evoluzioni di “notturni pattinatori”. Sulla parete di fronte a me, di questa magia, solo alcuni mirabili esempi...
Cogliere quegli “attimi luminosi”, farsene “impressionare” l’occhio fisico e poi mandarli giù dritti verso l’animo, e, di più, volere poi fermarli su una tela, è una vera impresa: il trascorrere di una breve frazione di tempo, un mutamento improvviso della situazione atmosferica, un lieve spostamento dell’occhio stesso... e niente è più come prima. Quanti gli “appostamenti” necessari a Giovanni se egli, come gli impressionisti, vuole fare proprio della luce, rubata alla natura e alla realtà, lo strumento essenziale per dare alle sue tele vitalità e movimento?
Voglio farvi sentire tutto questo con le parole di Giovanni stesso.
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Ma, in Giovanni, è attivo, attivissimo un altro occhio, quello interiore; sono le sue “verdi visioni del pensiero”, il suo “rettangolo azzurro di celeste sorriso chiamato libertà”. Da lì parte un moto di senso inverso rispetto all’occhio di “impressionista”. Un moto molto più potente, proprio perché “libero” e perché alimentato senza sosta dal lirismo, dal sogno, dal desiderio orfico, direi, di mettere in contatto la propria anima con lo spirito pulsante dell’universo intero. Di questo egli non vuole più solo “immortalare i gioielli” sulle tele, vuole proprio “assorbire dall’aria l’amore puro e universale”, vuole, anzi, crearsi un “guscio galleggiante sul tornado” della realtà per avere, dopo il naufragio, finalmente, ”pace”.
È un moto, allora, che, assecondando il sentimento, sulla realtà oggettiva, agisce: sceglie, rimpicciolisce, ingrandisce, ignora, esaspera. Così, non si può più parlare di solo movimento; si tratta piuttosto di “dinamis”, forza potente, pervasiva, che non trova sbarramenti, non è nemmeno individuabile con facilità né nel suo punto d’origine né nella sua fine, e ha il potere, come tale, di operare stupefacenti trasformazioni della realtà.
Se poi, accanto a quell’occhio interiore, c’è anche un pianoforte, “universo di suoni”, capace di accordarsi con i concerti esterni, i “concerti dell’aria”, {e non nei loro singoli “ritmi, note, ritornelli o pause”, ma nella loro totale armonia... ebbene, se succede anche questo}, sulle tele quella “dinamis” è forza che può trasformare veramente tutto, generare tutto. Ancora con le parole di Giovanni...
Vedo, sento “dinamis” in questi cavalli: sono le spume bianche a condensarsi, trasformandosi in animali galoppanti e poi in pezzi di cielo, oppure sono i loro corpi a dissolversi, originando onde cangianti nel mare e nel cielo?
E questi cavalli, direi “terrosi” che, da magma confuso, acquistano individualità e forza, mano a mano che avanzano, possono tornare a farsi terra? E questo cavallo che procede in posizione frontale, non è insieme terra, sentiero, tronchi, rami, foglie, striature di cielo? Dov’è la separazione?
Ed ecco la “donna rosa” in cui un unico colore diventa tutto: pavimento, seggio, gambe accavallate, mano sul ginocchio, abito danzante e avvolgente, movimento di capelli, espressione e postura di volto pensoso, e parete... E mi limito a seguire proprio il rosa, in questo bellissimo, ”sconfinato” paesaggio: lingue di rosa sul terreno, e sul muso, e sulla criniera-chioma di capelli dei cavalli in primo piano, e poi di quelli che corrono un po’ più in là, e lì le criniere sembrano già un po’ ali, proprio come quelle degli uccelli che volano in stormo più in alto, e sono già, anzi, il rincorrersi delle strisce di nuvole... Mi chiedo: quel rosa potrebbe forare il cielo fisico, trasformandosi sempre, e fermandosi solo quando avrà trovato “cosmiche stagioni di pace?” E i “luminosi paradisi “che, forse, sono il vero ed estremo sogno di Giovanni?
Voglio finire proprio su questo, ma con le parole di Giovanni nella poesia: Forse non morirò [lett.]. Io non ho risposta certa, non so se quei “luminosi paradisi” esistono e dove, ma so che Giovanni sbaglia quando li chiama “immeritati”.
A mio avviso, se esistono, Giovanni, li merita tutti: perché è riuscito a riconoscerli sulla terra, perché ha saputo regalarli a noi su queste sue tele, e poi agli amici che lo hanno conosciuto più in profondità come persona, e che, in questo suo libro Blu cobalto, gli rivolgono parole di stima e di grande affetto. Per loro Giovanni non sarà mai un solitario “pezzo di mosaico”, lo ricorderanno sempre nella sua “solarità smagliante come negli accordi di un organo”.
Vi ringrazio, di cuore, dell’attenzione e dell’interesse e, di cuore, auguro ora a voi un felice e proficuo viaggio, fra le opere e le parole di Giovanni, alla ricerca dei suoi “luminosi paradisi”.
Testo critico di Vito Sutto
Giovanni Toniatti Giacometti in questi mesi ha approfondito la tematica degli angeli che rappresentano la spiritualità, l’urgenza di dimenticare il male e di suonare le trombe del cielo del bene.
Gli angeli per Toniatti Giacometti rappresentano principalmente questo, in una visione che è al confine tra il visionario e il reale.
Gli angeli sono il visionario di colui che guarda all’impossibile e il reale significa la dimensione del bene in tutte le sue sfaccettature.
L’angelo rappresenta anche la vita letteraria, si pensi a Dante Alighieri e alla sua Divina Commedia, dove gli angeli sono il letterario racconto del Purgatorio, luogo biblico inesistente ma carico di suggestione psicologica.
L’angelo ha anche un richiamo storico biblico reale, gli angeli annunciano cantando l’arrivo del Salvatore del mondo nei Vangeli, gli angeli soccorrono Gesù nel deserto e gli portano pane, dopo quaranta giorni di digiuno.
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E poi Toniatti Giacometti non può dimenticare la storia dell’arte e con essa la meravigliosa vicenda vera dell’angelo che annuncia ad Abramo che avrà un figlio anche se in tarda età. La storia è anche dell’arte perché’ raccontata da Giovanni Battista Tiepolo nelle mirabili pagine del Palazzo Patriarcale a Udine, le storie di Abramo Isacco e Giacobbe, affreschi che disegnano la Genesi e quel momento meraviglioso che anticipa la storia del popolo di Israele.
Con questo animo e con queste premesse sorgono gli impaginati degli angeli di Toniatti Giacometti, un inno allo spirito che sempre va cantato e cercato.
Un mondo anche di recupero dell’infanzia, se vogliamo, perché l’angelo rappresenta anche la purezza del bambino che cerca se stesso e gioisce di ciò che ancora non conosce.
E questa ingenuità un po’ appartiene anche a Toniatti Giacometti sempre sorpreso di fronte alle nuove scoperte, in attesa di pace e conforto, preoccupato dei mali del mondo e rammaricato perché questi troppo spesso gli stringono il cuore giovane.